Attualità

Enrico Zanieri, il mio anno in Colombia

Una laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali, lavora nel campo dell'accoglienza dei migranti.

Enrico Zanieri, il mio anno in Colombia
Attualità Prato, 27 Giugno 2022 ore 14:07

Enrico Zanieri, 38 anni, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, lavora nel campo dell'accoglienza dei migranti e dei progetti necessari all'inserimento sociale e lavorativo. Ci racconta la sua esperienza di vita in Colombia, dei caratteri del popolo colombiano e dei problemi cronici come quello del ruolo dei paramilitari. Un viaggio in questo paese attraverso la voce e lo sguardo di un pratese.

Cosa l'ha spinta, dott. Zanieri, ad intraprendere una decisione come quella di vivere un anno in Colombia?

«La Colombia è un paese che ha sempre esercitato un fascino particolare, almeno su di me. Un’attrazione misteriosa, perché in Italia è difficile trovare saggi interessanti sulla storia colombiana. Su altri paesi latino-americani (Brasile, Argentina, Messico, Cile e altri) esiste una vastissima pubblicistica, mentre per la Colombia no. Eppure questa nazione è parecchio interessante poiché racchiude molte delle linee di frattura tipiche della storia dell’America Latina».

Pasto è una città situata in una valle andina, con altitudine di 2527 metri s.l.m.. Come si vive in un luogo dove le precipitazioni sono numerose e le nuvole mai stanche?
«Si vive benissimo. Sono stato in Colombia dal febbraio del 2011 a quello del 2012. Pasto ha ancora bellissime architetture coloniali e poi c’è l’enorme vulcano Galeras che sovrasta la città. Luogo pieno di tradizioni, come il bellissimo Carnaval de Negros y Blancos, che viene festeggiato tra il 4 e il 6 gennaio di ogni anno. Inoltre è una città andina molto generosa, con nuvole mai stanche e molto belle! Là ero ospitato da un’associazione locale che costruisce cooperative di produzione agricola e difendono ambiente e varietà antiche. Per esempio, hanno praticamente sradicato la coltivazione della cipolla dalla zona della Laguna de la Cocha, riportando i contadini a produzioni originarie, miste e, per adesso, anche molto più redditizie».

Altra città che ha conosciuto è Armenia (Quindio), distante meno di trecento chilometri da Medellin. Ce ne parla?

«Armenia è stata devastata da un terribile terremoto nel 1999. Quindi è stata ricostruita quasi tutta. È il centro dell’Eje Cafetero, la zona della produzione del caffè. Da pochi anni il paesaggio culturale del caffè è anche un sito riconosciuto dall’UNESCO».

La polizia, in Colombia, viene spesso accusata di reprimere violentemente qualunque protesta pacifica. Pensa che il suo ruolo non sia così diverso da quello dei paramilitari?
«La polizia è addestrata, come l’esercito, da funzionari statunitensi. Certamente la repressione è dura e non solo delle proteste. Spesso il controllo è preventivo. I paramilitari sono stati invece un’invenzione delle oligarchie che ha avuto funzione offensiva. I paramilitari sono nati sul finire degli anni ’70. Le oligarchie avevano l’obiettivo di eliminare i movimenti comunisti, sia guerriglieri che politici. Almeno così dicevano, perché poi l’azione dei paramilitari si è estesa anche alle comunità agricole, in una continua guerra perpetrata dai poteri economici forti contro villaggi e cittadini al fine di acquisire le loro terre».

Tutta l'intervista sul numero di Bisenziosette in edicola da venerdì.

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter