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Piero Ianniello e i suoi «Rumori di Telaio»

La storia del tessile nelle strutture passato.

Piero Ianniello e i suoi «Rumori di Telaio»
Altro Prato, 20 Novembre 2022 ore 15:51

Piero Ianniello e i suoi «Rumori di Telaio»

 

Piero Ianniello, scrittore, è alla sua prima opera teatrale come sceneggiatore. Rumori di telaio sarà presentata al teatro Magnolfi domenica 27 novembre.
Mancava a Prato un testo teatrale sul mondo del lavoro, in particolare del tessile. Uno spettacolo che racconta il mondo della fabbrica e i suoi rumori.

La storia di questo settore

«Rumori di telaio uno spettacolo sul tessile, che ripercorre la storia di questo settore produttivo, quello pratese e non solo. Non è, però, un lavoro drammaturgico solo sulla storia del tessile ma sulla storia in generale, che mette in evidenza come essa si ripeta nelle sue fondamenta. Da qui il titolo: Rumori di telaio, una ripetizione costante degli stessi suoni».
Dunque la storia del tessile pratese che ripete le stesse strutture del passato. Una concezione ciclica delle vicende umane, secondo pensiero vichiano?

I lavoratori del tessile oggi

«Ciò che si dice ai lavoratori del tessile di oggi, in gran parte cinesi, non è diverso da quel che dicevano ai lavoratori pratesi di cinquanta anni fa. Negli anni ’70 ci fu un giornalista della rivista francese Elle che venne a Prato a studiare quel boom dell’industria tessile di cui si parlava in tutta Europa. E il reportage che scrisse narrava proprio di persone che lavoravano sedici ore al giorno, di case che diventavano piccole fabbriche, di lavoro minorile, di scarsa sicurezza del lavoro. Sembra di leggere esattamente le stesse cose che si dicono oggi del tessile gestito dalla comunità cinese. E pensare che prima ancora di Prato, tutto ciò accadeva altrove: se si leggono le relazioni dei servizi sociali americani di inizi ‘900, quando gli assistenti sociali visitavano le case/laboratori degli italiani, si ritrovano esattamente gli stessi elementi. E prima ancora, se si vuole, lo stesso accadeva tra gli operai della rivoluzione industriale inglese del XVIII secolo. A differenza di Vico, ritengo che certe cose accadano perché ci sono delle propensioni insite nell’animo umano».
Ritiene, come autore teatrale e studioso di antropologia, che continuerà a essere così?
«Penso proprio di sì. Nello spettacolo infatti ci immaginiamo che coloro a cui vengono dette certe cose oggi, saranno loro stessi a dirle a qualcun altro in futuro. Forse nemmeno tanto lontano».
Entriamo ora nel vivo del teatro. Com’è strutturata la sceneggiatura?
«Si compone di quattro quadri in atto unico. Il primo rappresenta una casa di emigranti italiani negli USA agli inizi del ‘900. Si fa riferimento alla tragedia della Triangle di New York, la fabbrica tessile in cui persero la vita 146 donne, moltissime italiane. La scena però si svolge in una casa dove si vive e si lavorano i tessuti. La seconda scena invece si sposta nella Prato degli anni ’60, in uno stanzone in cui si rappresenta il boom del tessile con le prime immigrazioni dal meridione. Con la terza scena si vive la contemporaneità, si rappresenta la società cinese che ruota intorno ai Pronto Moda della Prato del 2010. Infine, la quarta scena si proietta nel futuro, in un’ipotesi estremamente azzardata di una Prato del 2050, quando il business del tessile sarà ancora di più in mano alle comunità di origine cinese. Ma in quella nuova città saranno immigrati ora gli americani, costretti chissà per quale strana ragione a migrare e lavorare le stoffe! Ipotesi volutamente assurda, solo un pretesto per chiudere il cerchio con la prima scena e rappresentare la ripetizione della Storia».
Ci sono altri argomenti nello spettacolo?
«Il tema che aleggia come possibile soluzione, in ogni scena, è il ruolo della scuola. È solo attraverso l’istruzione, e la crescita intellettuale di ogni generazione, che si può nutrire una speranza per cui certi aspetti negativi (come la mancanza di sicurezza sul lavoro, l’abbandono scolastico e lo sfruttamento lavorativo) potranno non ripetersi. La frase finale dello spettacolo è appunto “Fermate quella macchina!”. Parecchia attenzione si è posta poi sull’aspetto linguistico. Ogni epoca storica è caratterizzata da influenze linguistiche che sono rappresentative dei fenomeni sociali. Così nell’America di inizi ‘900 gli italiani usavano parole inglesi che venivano italianizzate, tanto da dar origine all’idioma italoamericano. Oggigiorno sia la lingua pratese che quella cinese si permeano di lemmi in un normalissimo fenomeno di commistione linguistica, dal quale magari nascerà un particolare gergo di italiano con influenze cinesi e viceversa».
Passiamo al regista Mike Ricci, punto di riferimento per il buon funzionamento dello spettacolo.
«Mike ha un personalissimo percorso di studio e approfondimento, propedeutico al lavoro scenico. Un lavoro non facile, anche perché, quando si ha a che fare con notazioni linguistiche e culturali è facilissimo scadere nel faceto. Il resto lo hanno fatto gli attori, straordinari. In ordine di apparizione: Vincenzo Libone, Luisa D’Andrea, Gianna Capecchi e Davide Gonfiantini».

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