Nuova scoperta importante

Ritrovata una nuova meteorite sul monte Bondone

In Italia sono attualmente 44 i campioni ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica

Ritrovata una nuova meteorite sul monte Bondone

È stata identificata una nuova meteorite italiana, proveniente dal Monte Bondone, località Garniga Vecchia, in provincia di Trento. Questo campione, una condrite del peso di 188 grammi, è stato analizzato e classificato dal Museo Italiano di Scienze Planetarie in collaborazione con la Scuola di Scienza e Tecnologia, divisione Geologia, dell’Università di Camerino.

Secondo Marco Morelli, direttore del museo pratese che custodisce una collezione di meteoriti di rilevanza europea, “Il campione, tra i tanti che abbiamo ricevuto per la valutazione negli ultimi vent’anni, è arrivato nel 2024. La notizia che si trattava di materiale extraterrestre non è stata divulgata subito, per permettere il completamento degli studi di classificazione e l’approvazione dei risultati da parte del Nomenclature Committee della Meteoritical Society”.

Attualmente, in Italia, sono riconosciute ufficialmente 44 meteoriti cadute o ritrovate, e quella del Monte Bondone rappresenta la prima mai rinvenuta in Trentino (una meteorite era già stata scoperta in Alto Adige nel 2016). A queste si aggiungono 25 eventi documentati da fonti storiche, per i quali però i campioni non sono più disponibili per analisi scientifiche.

La scoperta è stata presentata oggi alla stampa a Garniga Terme, alla presenza del sindaco Valerio Linardi, di Marco Morelli e della curatrice delle collezioni Daniela Faggi del Museo Italiano di Scienze Planetarie, insieme a Christian Lavarian del MUSE, Museo della Scienza di Trento.

Il ritrovamento ha una storia particolare. Efrem Rigotti, che ha scoperto la meteorite nel 2021, ha raccontato di averla trovata mentre cercava le chiavi della sua auto, smarrite durante un’escursione in una zona isolata durante una ricerca di funghi.

“Ho pensato di chiedere aiuto a un amico con un metal detector. Insieme abbiamo trovato quel frammento, che, a differenza degli altri, attivava il metal detector e presentava un aspetto molto diverso dalla dolomia locale”, ha spiegato Rigotti.

Successivamente, Rigotti ha portato il campione a casa, dove ha tentato di tagliarlo senza successo. Solo nel settembre 2024, dopo aver consultato diversi esperti, si è rivolto al Museo Italiano di Scienze Planetarie per una valutazione scientifica, condotta con i colleghi Gabriele Giuli e Valeria De Santis dell’Università di Camerino.

La meteorite, di circa 188 grammi, di colore grigio e forma irregolare, è stata classificata come Meteorite di Monte Bondone. Si tratta di una condrite ordinaria L5, della quale non si conosce la data di caduta. Potrebbe essere precipitata anche decenni fa. Rigotti ricorda di aver sentito raccontare da una persona ora scomparsa di aver visto due palle infuocate cadere sul Monte Bondone, a poca distanza l’una dall’altra. Dal punto di vista scientifico, la meteorite proviene dalla fascia degli asteroidi, è una roccia primitiva la cui composizione è rimasta pressoché invariata fin dalle prime fasi evolutive del nostro Sistema Solare.

Le condriti, comuni ma estremamente preziose per la scienza, conservano una storia risalente a oltre 4 miliardi e mezzo di anni fa, quando la Terra stava formando. Non hanno subito processi di fusione e differenziazione, che hanno trasformato i pianeti in corpi complessi. Tenere in mano una condrite significa entrare in contatto diretto con il passato cosmico, antico quanto la Terra stessa.

Condriti: fossili cosmici che raccontano le origini della Terra

Il termine condriti deriva dalle “condrule”, piccole sfere millimetriche formatesi nei primi momenti del disco protoplanetario, la nube di gas e polveri attorno al giovane Sole. Queste strutture rappresentano alcune delle prime tracce solide mai esistite nel nostro sistema planetario. Secondo la geologa Daniela Faggi del Museo Italiano di Scienze Planetarie, studiare le condriti significa esplorare i processi che hanno portato alla nascita dei pianeti.

Dal punto di vista scientifico, le condriti sono una fonte incredibile di informazioni. Analizzando la loro composizione chimica, i ricercatori possono ricostruire gli elementi presenti nella nebulosa primordiale e le loro proporzioni. Gli isotopi consentono di determinare con precisione l’età dei materiali, creando una cronologia degli eventi che hanno contrassegnato le prime fasi della formazione planetaria.

Le condriti offrono anche indizi essenziali su uno dei grandi misteri scientifici: l’origine dell’acqua e delle molecole organiche sulla Terra. Alcune, in particolare le condriti carbonacee, contengono acqua legata ai minerali e composti organici complessi, come gli amminoacidi, i mattoni fondamentali della vita. Questo suggerisce che una parte delle sostanze essenziali alla vita potrebbe essere stata portata sul nostro pianeta da meteoriti simili durante le fasi iniziali della sua storia.

Inoltre, le condriti contribuiscono alla comprensione dei processi geochimici primitivi. Le loro caratteristiche mineralogiche e isotopiche permettono di studiare fenomeni come la condensazione dei materiali dal gas, le reazioni chimiche a basse temperature e le alterazioni avvenute all’interno degli asteroidi di provenienza. In questo senso, rappresentano veri laboratori naturali, rimasti congelati nel tempo.

Questi frammenti ci ricordano che i pianeti, compresa la Terra, si sono formati da materiali simili, aggregandosi e trasformandosi nel corso di milioni di anni. Studiare le condriti significa, in definitiva, esplorare le nostre origini più lontane. Sono, a tutti gli effetti, fossili cosmici: non raccontano solo la storia della Terra, ma quella di ciò che esisteva mentre la Terra si stava formando.

Per questo motivo, rimangono al centro della ricerca scientifica e della divulgazione, intrecciando astronomia, geologia e chimica e offrendo una chiave unica per comprendere il nostro posto nell’Universo.

La Meteorite Monte Bondone è stata classificata dal personale del Museo Italiano di Scienze Planetarie in collaborazione con i colleghi dell’Università di Camerino (Marco Morelli e Daniela Faggi del Museo Italiano di Scienze Planetarie, Fondazione Parsec; Gabriele Giuli e Valeria De Santis della Scuola di Scienza e Tecnologia, divisione Geologia, dell’Università di Camerino).